Sai… il ghiaccio non fa rumore;
no.
Il freddo vero non arriva di colpo; si siede.
Si.
Prima sulle mani; poi sulle ginocchia; infine nel petto, dove il respiro diventa corto e preciso, come se anche l’aria avesse paura di muoversi.
Il ghiaccio non scricchiola; non avverte. Ti guarda vivere più lentamente; ti misura. Riduce i gesti; elimina il superfluo; lascia solo ciò che serve davvero per restare in piedi.
In casa il tempo si irrigidisce. Le pareti trattengono il freddo come un segreto; il pavimento restituisce memoria d’inverno; ogni passo è una negoziazione con la materia.
Le dita perdono la loro storia; diventano strumenti; oggetti temporanei. Il cuore, invece, lavora di più; pompa calore come un motore vecchio ma fedele.
Il ghiaccio non è ostile; è un esaminatore silenzioso. Chiede: quanto calore sai generare senza aiuti; quanto resti umano quando il comfort scompare.
E quando finalmente ti fermi; immobile; avvolto in strati di tessuto e pensiero; capisci una cosa semplice e antica:
il freddo non ti spezza; ti stringe per vedere se dentro c’è ancora fuoco.
